Lutto

E' morto Tino Brambilla

- Aveva ottantasei anni, il maggiore dei fratelloni monzesi. Kart, auto, moto: per lui tutto andava bene pur di correre. Ha vinto con la Dino Ferrari di F2, con la MV e la Bianchi, infine anche con la V7 Sport della Guzzi. Entusiasmo da vendere
E' morto Tino Brambilla

E’ scomparso ieri nella sua casa di Monza Tino Brambilla, fratello di Vittorio: aveva ottantasei anni e ha trascorso una vita avventurosa. Tino è stato un pilota con la P maiuscola ed ha guidato di tutto, dai kart alle moto alle vetture di formula junior, F2 e …quasi F1.

Con grande passione, direi meglio entusiasmo. Un entusiasta della vita, dei motori, delle sfide. E sempre al limite.

Per Enzo Ferrari portò la Dino 2000 alla vittoria nell’europeo di F2 del 1968, ed era designato salire sulla F1 per il GP di casa a Monza, nel ’69, se non che fece una di quelle “mattane” che lo hanno reso famoso: interruppe un test del fratello con la Paton, e per mostrargli come andava guidata la moto, saltò in sella in pantaloncini e maglietta, cadde alla Parabolica, si pelò tutto dietro, dai polpacci al collo e dovette rinunciare alla F1.

Quando raccontava questo episodio, e in particolare il momento in cui si rialzava da terra e i pantaloni non esistevano più, faceva dell’autentico cabaret. E infatti è stato uno dei principali animatori del famoso “bar dei stupid” nel centro di Monza, dove nascevano le sfide più improbabili e tutte naturalmente su ruote.
Come la gara tra un’auto in retromarcia e una bicicletta da corsa, le gare di velocità con le moto da trial e altre amenità degne appunto degli “stupid”.

In moto ha fatto tanto, però. Classe 1934, Ernesto detto Tino, primo di quattro figli, esordì nel ’53 con la Rumi e già l’anno dopo, con la sua MV 125 monoalbero, conquistava 22 vittorie tra gli juniores. Ingaggiato dalla MV vinse due titoli nazionali in 250 e nel ’59 fece qualche gara anche nel mondiale, con miglior risultato il terzo posto al GP di Germania nella classe 350.

Poi la Bianchi, campione italiano assoluto della 500. Ma io lo ricordo soprattutto con la Guzzi V7 Sport.

Amante della Moto Guzzi almeno quanto Vittorio, Tino divise la 750 con lui nelle primissime 500 chilometri delle derivate dalla serie, andando come un matto e sfiorando le vittorie.
Piegatore furibondo, coraggio da vendere, era uno di quelli più tosti da seguire dentro il “suo” curvone di Monza. Non ero così amico del Tino. Già il fatto di correre per la Laverda mi rendeva poco simpatico ai suoi occhi. Ma nel tempo abbiamo avuto qualche occasione per avvicinarci. Dietro la scorza ruvida c’era un uomo buono.
Ciao Tino!

  • GeGiCa1, Borgosesia (VC)

    Ciao TINO, idolo della mia gioventù,hai raggiunto tuo fratello VITTORIO nel paradiso dei piloti,sfogatevi con le vostre "mattane",lì le vie di fuga sono infinite.
  • DADE#230, Cremona (CR)

    Tino Brambilla era del 1934; mio padre del 1935. Negli anni "50 Tino era un pilota affermato e mio padre un giovane pilota emergente. Nella sua breve carriera, stroncata da un grave incidente in allenamento con la Mondial ufficiale dal quale si riprese a fatica, riuscì ad avere degli ottimi risultati con Gilera e Mondial private oltre che con la Bianchi ufficiale. Non parlava spesso della sua carriera motociclistica, le volte che siamo usciti assieme mi sono accorto che era affetto dalla sindrome del "pilota"; non era capace, sia che utilizzasse il mio Beta 50 che una BMW K100 in prestito, di non tirare alla morte. Forse per questo,smesso di fare il pilota, oltre che provare sporadicamente le mie moto, utilizzava solo delle Vespe. Per una serie di motivi,tra i quali l'apparente contrarietà alla mia passione (fuoristradistica per giunta! Sacrilegio!), non parlava mai dei suoi trascorsi agonistici, malgrado qualcuno ogni tanto lo riconoscesse per strada e gli facesse i complimenti. Come potete capire per me era un idolo, malgrado il rapporto padre-figlio vivesse tutte le contraddizioni che tutti noi conosciamo. Un episodio che mi ha raccontato più volte, però, è stato l'incontro casuale, in allenamento, con Tino Brambilla: lo incontrò sulle strade di casa della bassa piacentina. Si sfidarono lungo un cavalcavia che aveva (ed ha tuttora) un dosso in semicurva verso l'apice. Ebbene, mio padre conoscendo la strada pelò il gas, mentre Tino tenne aperto, saltò e riuscì comunque a chiudere la curva. E tutte le volte mi diceva: "Che coraggio quel Tino!"
    Purtroppo mio padre è mancato 24 anni fa, e, sempre tenendo conto delle differenze che dividono le generazioni, mi manca terribilmente. Ecco, sapere che oggi è mancato quel Tino così tanto coraggioso da raccontarlo al figlio che doveva solo studiare e mai fare pazzie in moto, mi fa venire un groppo in gola....
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